Lengua napulitana / Lingua napoletana

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martedì, 12 giugno 2007



Proposte per una ortografia della lingua napoletana



La grafia del napoletano è attualmente svincolata. Una scrittura franca perché, non essendo questa lingua popolare entrata mai negli usi dei linguaggi ufficializzati, a nessun gruppo di intellettuali è nei secoli venuto in mente di dettare norme che la uniformassero con regole precise. Con il risultato di trovarci innanzi a una scrittura talmente libera, oscillante tra la tradizione letteraria e la ricerca di un rapporto dei grafemi coi fonemi, da permettere d’imbattersi, perfino nella stessa opera di un solo illustre autore, in molte rese grafiche diverse di medesime parole o locuzioni. Bisogna tuttavia dar merito a proposte personali che ci sono state tanto nel passato quanto di recente, anche se a volte assai bizzarre e quasi sempre prive del consenso necessario a un tentativo di unificazione ortografica della lingua.

Per molti questo stato delle cose sembra autorizzare una licenza di massacro della lingua, quale a tutti è dato di poter leggere in graffiti sopra i muri, sulle insegne dei servizi commerciali, in versi pubblicati, nelle prose di romanzi, in manifesti pubblicitari e addirittura in locandine rilasciate con il patrocinio comunale. In verità qualcuno obietta che, in assenza di una normativa, sia possibile lasciarsi andare in libertà a ogni forma di scrittura, in base al presupposto di memoria brocardiana che non c’è crimine né pena senza legge preventiva. Tuttavia le scorrettezze tutte in giro sono tali in quanto vanno a stravolgere non solo il “letterale” della lingua, ma perfino il senso stesso delle sue espressioni.

Se si vuole che il napoletano venga tutelato da una legge, che allo stesso tempo garantisca promozione e insegnamento della propria lingua, occorre in primo luogo scegliere e adottare un alfabeto che si possa utilizzare per la forma scritta. Scelta resa necessaria dalle molte differenze intercorrenti tra segni grafici e unità linguistiche dell’italiano standardizzato, quasi mai corrispondenti alla realizzazione fonica degli stessi grafi nel napoletano. C’è bisogno perciò di dare una ortografia alla lingua partenopea che recuperi un rapporto tra la caratteristica pronuncia e la scrittura, in modo da evitare, quanto più fosse possibile, incertezze o errori gravi e offrire al tempo stesso sicurezze in questa nuova alfabetizzazione.

La nostra tradizione letteraria ha fin dal Quattrocento impresso sulla forma scritta del napoletano il marchio della toscanizzazione come l’unico modello cui rifarsi. Il risultato è all’attenzione di coloro che s’intendono di lingue. Alle origini vi erano dei segni ben diversi per trascrivere fonemi peculiari del linguaggio nostro che peraltro tali son rimasti. Si privilegiava, in altri termini, una ortografia fonetica che facilitava la traduzione scritta del volgare regionale orale. kelleterreNon a caso la scrittura della lingua di Campania  X secolo, a noi nota come placito capuano, traslitterava «sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene...», una formula connessa a un giuramento orale riportato nel verbale di una controversia giudiziaria.

Per restare nello stesso esempio va chiarito come l’occlusiva velare sorda /k/ opposta all’affricata palatale sorda /c/, che la lingua nazionale scelse di risolvere scrivendole comunque con la sola /c/, fu abolita dai toscani al fine di evitare gli esiti diversi delle forme quali “amico” e “amici”, in cui non è la desinenza sola che verrebbe a essere mutata, ma perfino la radice (amik-, amic-). Il plurisecolare adeguamento scriteriato della grafia napoletana alla scrittura del volgare fiorentino ha comportato che, dicendo un tempo i locutori nostri “ammike” il plurale maschile di “ammiko”, hanno dovuto prima scriverlo come “ammiche” e poi risolverlo in un assurdo ipercorrettismo “amice” che ha del tutto imbastardita la parola originale.

Altri esempi, forse di evidenza anche maggiore, sono i tre diversi suoni della /s/ consonante. Oltre al valore suo di sibilante sonora o sorda, quando precede una vocale o le dentali -d- e -t-, essa assume anche quello palato-alveolare o prepalatale fricativo non intenso della s- preconsonantica, come accade in scola, sfugliatella e spavo, simile soltanto in parte alla pronuncia nostra fricativa palato-alveolare sorda non intensa di parole derivanti dal latino fl-, scritte come sciato, sciore e sciummo, ma con esito del tutto differente dal toscano sciopero o sciupìo. C’è poi quello palatale fricativo sonoro, uguale al suono della /j/ in francese, che si pronuncia innanzi a consonanti labiali e velari (-b-, -g-, -l-, -m-, -n-, -v-) come in sbariamiento, sgarro, slugatura, smorfia, sninfia, svacantato.

L’accresciuto numero delle pubblicazioni a stampa di  canzoni, di poesia, di narrativa e di drammaturgie in lingua napoletana ha posto in evidenza sempre più la non uniformità della scrittura, addirittura di quella che, sulla carta, avrebbe i titoli per dirsi letteraria. Non vi è autore, dai più grandi ai minimi e ai minori, che non scriva in un modo tutto proprio, e molto spesso con le forme assai diverse, le medesime occorrenze nello stesso testo. Tutto ciò di per sé allontana sia gli eventuali autori sia i probabili lettori dall’impegno di scrittura o di lettura. Tra l’altro vi è di ostacolo maggiore il brusco salto dall’idioma vivo dei parlanti alle diverse forme del napoletano scritto in cui non si riscontra mai una grafia fonetica che aiuti a riconoscersi nella propria lingua.

Il processo involutivo dei linguaggi regionali, ancora vivacissimi sulle bocche dei parlanti, sembra inarrestabile anche a causa dell’analfabetismo che vi si accompagna. Non voglio certo dire che potrà bastare una forma interdialettale di ortografia unificata per bloccare il rischio d’estinzione di una lingua. Sono però convinto che la volontà dei locutori e una politica linguistica sul piano regionale non potranno conseguire un pieno e libero sviluppo, se manchevoli di mezzi idonei a una reale alfabetizzazione nei linguaggi originari. Riflettere su questo è tanto più oggi necessario, se si vuol metter mano ad una legge di tutela e insegnamento nelle scuole del napoletano e dei dialetti territoriali, procedendo verso un’ortografia divulgativa in grado di adottare, con semplicità dei segni usati, una completa rispondenza alle pronunce in equilibrio tra plurisecolare tradizione scritta e varietà parlate nei contesti più diversi.

Ritengo che bisognerà puntare sugli esempi delle nuove pubblicazioni a stampa e con il massimo della divulgazione anche pubblicitaria, generando con criteri innovativi una ortografia non prescrittiva del napoletano regionale, in grado di rappresentare tutte le varietà fonetiche presenti nella maggior parte della Campania ed oltre, e tuttavia tale da escludere la possibilità di standardizzare in un modello unico parlate estemporanee proprie di ogni singolo territorio. Occorre in altri termini evitare in ogni modo, nei locutori intenzionati ad alfabetizzarsi, le difficoltà inattese nell’apprendimento di scrittura e di lettura dei linguaggi regionali.
postato da: logofilo alle ore 12:33 | link | commenti (8)
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sabato, 26 maggio 2007

I linguaggi della Campania richiedono una legge

1. L’unica evidenza nel rapporto tra dialetti e lingue nella terminologia della linguistica italiana sembra essere quello di una subalternità ideologica dei primi nei confronti delle seconde e ciò in maniera del tutto impropria rispetto alle realtà dei linguaggi regionali e delle parlate locali.

2. Un tal rapporto di potere può e deve essere abolito, conservando l’ufficialità dell’italiano ed elevando allo statuto di linguaggi regionali i più importanti idiomi della Repubblica, anche in pieno ossequio della Carta europea delle lingue regionali o minoritarie, così che le singole regioni decidano in sovrana autonomia i nomi da dare ai differenti insiemi linguistici del proprio territorio, ai particolari sottoinsiemi e alle loro rispettive funzioni sociali e culturali.

3. Il napoletano ha tutte le carte in regola per dirsi lingua ad ogni effetto. Non è infatti una modalità o una varietà dell’italiano, sia di quello standard che di quello storico, né si sottopone all’ufficialità dell’italiano per motivi di maggior prestigio della lingua nazionale, ma soltanto in forza di un più vantaggioso comodato d’uso.

4. Per altro la stragrande maggioranza dell’agire comunicativo in italiano dei milioni di persone che hanno nel napoletano il loro idioma originario parla la lingua nazionale in modo che di questa è tutt’al più solo una delle sue varianti peninsulari.

5. Sono del parere che tra dialetto e lingua non vi possa essere alcuna differenza sostanziale, perché:

A. le due nozioni hanno lo stesso senso, tranne il fatto che, se ogni dialetto è lingua, non è poi vero che ogni lingua sia un dialetto (almeno in questa fase storica);

B. un dialetto è inoltre lingua, anche se si considera variante subalterna di una lingua prevalente (come accade a ogni dialetto della lingua napoletana e come accadde per il napoletano e il fiorentino quali originarie forme dialettali del latino);

C. una lingua storica non ha nulla di eccellente o eccezionale, per il fatto di esser parte di un insieme storico di lingue affini e interdipendenti di cui sono membri anche i dialetti (così sono, infatti, l’italiano, il napoletano e altri idiomi d’Italia, come pure il francese e lo spagnolo, con le loro lingue regionali e i dialetti rispettivi);

D. l’eccellenza stessa dell’italiano letterario e di quello scientifico è soltanto una variante (dialettale) della lingua standard nazionale.

6. Tutto ciò rende necessario e per molti aspetti obbligatorio che il Consiglio della Regione Campania si decida alfine a promuovere per legge la tutela, la valorizzazione e l’insegnamento della lingua napoletana e degli altri linguaggi regionali, sia in ossequio alle Carte internazionali dei diritti personali e alle direttive della Comunità Europea, sia per mettersi alla pari con la legislazione in atto della maggioranza delle Regioni italiane.
postato da: logofilo alle ore 02:29 | link | commenti (16)
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